La mongolfiera rosa

June 1, 2016

1/5

 

Il telefono iniziò a squillare mentre su una mongolfiera rosa sorvolavo un fiume rosso d’argilla. Afferrai la cornetta e una voce cominciò a ronzarmi nelle orecchie, senza che riuscissi a capire niente né a rispondere. Erano le sei del mattino, cazzo. Poi quelle parole “Andrea è in coma, hai capito è in coma, volevo dirtelo perché…” e la voce si perse nel mio cuore. Un pizzicotto. Un ricordo deformato. Un grumo di sofferenza. Un gabbiano che si allontana incurante. L’afrore della salsedine. O semplicemente, la bocca impastata.

I pensieri si ribellarono e, come schegge impazzite, attraversarono la mente evaporando all’improvviso gli uni negli altri. Richiusi gli occhi facendo finta di niente. Dov’era finita la mia mongolfiera? Mi ritrovai sull’uscio di casa, pronta per l’ennesima giornata di lavoro, cosa fosse accaduto nel frattempo non ne avevo idea. Pronta non era proprio la parola giusta, ero semplicemente sull’uscio di casa. Quando mai mi ero sentita pronta? Mentire a se stessi è commovente. Andrea era in coma. Erano mesi che non lo vedevo, che non avevo sue notizie. Da quando lui mi aveva detto semplicemente basta. Ero diventata una fastidiosa mosca, niente di più. Ero stata cancellata, annullata. Obliterata. Un biglietto di solo andata. Mi aveva nascosto nelle pieghe della mente come un indisponente ricordo.

L'aria era densa e sentivo la fatica di doverla penetrare. Dov'era andato a finire il sole? I pochi pedoni frettolosi erano pronti ad affrontare il nemico? Pensai alla brughiera e ad una voce disperata che invoca il suo amato. Mi incamminai per i vicoli stretti di Borgo e mi avvicinai all’edicola. Come ogni mattina, il giornalaio mi guardò con aria assente e, come sempre, mi riconobbe anche se non mi conosceva. Non scambiavamo mai una parola, solo sorrisi, lui sapeva cosa volevo e io quanto gli dovevo. Semplice e poco compromettente. Non provavo dolore e ciò m’irritava. Il dolore è rassicurante, da un senso preciso e concreto delle cose. Avrebbe potuto morire e questo non mi faceva soffrire.

La fermata dell’autobus era affollata come ogni mattina. Le solite facce. Sguardi che evitavano sguardi. Due ragazzini ripassavano la lezione. Interrogazione in vista. “La supernova è una stella massiccia che, una volta terminato il bruciamento del suo nucleo, collassa su stessa ad una velocità talmente elevata da esplodere e dare origine ad un’altra costellazione”. L’autobus era in ritardo. Non si poteva veramente dire che fosse in ritardo, non c’era nessun orario esposto da nessuna parte. Era più che altro una sensazione. Guardai gli altri. Faceva freddo, nonostante fosse aprile inoltrato. Avrei voluto parlare con qualcuno perché avevo l’impressione che lo stato in cui mi trovavo fosse definitivo. Che senso avevano questi pensieri? Se non ci fosse stato significato, si sarebbero risparmiati un sacco di guai, quindi avrei fatto meglio a non cercarlo.

I segni c’erano stati tutti: quella vecchia lettera che mi era capitata tra le mani, le nuvole che puntualmente si addensavano sopra la casa solo dopo il tramonto, il sole che faceva fatica a fare capolino, il clacson dell'autobus che si fece sentire proprio quando passava la pubblicità del Martini.

Decisi che quella mattina non avrei preso l’autobus. Le stradine del centro erano silenziose ed ebbi paura. Mi affrettai verso il lungotevere, lì mi sarei sentita al sicuro dai miei pensieri. Mentre camminavo spedita il coniglio sbucò da un portone, si fermò e mi guardò interdetto. Attraversò la strada saltellando e scomparse nella bottega di un artigiano, dove andò a sistemarsi su una sedia di paglia.

Adesso cosa dovevo fare? Avevo voglia di fare l'amore. Tutto qui. Perdermi per qualche minuto. Sentivo che mi mancava qualcosa e che sarebbe continuata a mancarmi. Ogni volta che qualche filo ormai indebolito si era spezzato avevo sempre provato a riannodarlo, a ridare a tutto un'apparenza di normalità, di "tutto è come prima". Questa volta che sarebbe successo? Mi tornò in mente l’ultimo viaggio con Andrea. Florida, una palude ammaliatrice. La rabbia mi bloccava la mente mentre cercavo di convincermi che tutto si sarebbe risolto, che era solo un momento di smarrimento. Io guidavo e non riuscivo a parlare. Mi parve di vedere nello specchietto retrovisore un’ombra che mi sorrideva beffarda. Mi voltai verso Andrea. Dormiva. Forse faceva finta. Ci fermammo ad una barriera, il ponte si alzò imponente e due grossi mercantili sfilarono incuranti. Andrea, mi accarezzò i capelli e io non provai niente.

Iniziai a risalire il Tevere in un traffico infernale, il mondo intero si era riversato in quella striscia d’asfalto. Alcuni già nervosi per la giornata che li attendeva, suonavano il clacson. Invano. Mi piaceva, un senso di fratellanza, una disperazione incontrollata e rassicurante. L’aria della primavera non riusciva a placare gli animi. Nulla avrebbe potuto placare gli animi quel giorno. Avrei voluto gridare e chiedere aiuto. Un aeroplano di carta mi sfiorò e mi fermai a seguire il suo volo. Superò il parapetto e iniziò la sua folle corsa verso le acque del Tevere. Il suo cammino era incerto, la brezza lo sospingeva in alto per poi riportarlo giù, sembrava non volesse mai giungere alla meta. Andò, alla fine, a posarsi sulla banchina e istintivamente corsi giù per le scale che portavano al fiume. Ero a Roma da anni, ma non l’avevo mai vista da quella prospettiva. Gli argini incombevano su di me e gli angeli dal ponte mi davano le spalle irrispettosi. Intravedevo solo Castel sant’Angelo, il cupolone ed i piani alti di alcuni palazzi. Mi sentii piccola e sola. Ebbi di nuovo paura. Presi l’aeroplanino prima che una folata di vento lo sospingesse lontano. Era un foglio rigido, plastificato, come a proteggere il disegno che lo decorava. Uno schizzo che mi ricordava qualcosa. Un quadro, forse. I colori erano incongrui, il cielo era verde, la donna era gialla con ombre violacee. Una donna triste seduta su un letto che guarda fuori da una finestra che affaccia sul tetto di un palazzo ed il cielo terso. Ai suoi piedi delle valigie. Forse era una stanza d’albergo. Forse era stata lasciata dal suo uomo. Forse era tornata da un colloquio di lavoro andato male. Forse cercava l’orgoglio perduto. O aveva semplicemente ordinato la cena ed era stanca di aspettare. L’immagine era attraversata dalla frase “Chiamare il lupo e poi chiedere aiuto”. Guardai in alto cercando di immaginare da quale finestra fosse stato lanciato. Il foglio profumava di gelsomino e c’era una macchia di cioccolata. Mi fece venire in mente un sorriso dolce, di qualcuno che aveva saputo amare. Aveva affidato la sua vita ad altri e si era dimenticata di riprendersela. Era pronta ad invocare aiuto, era pronta ad avere paura.

Mi sedetti su un sasso e cominciai a piegare il foglio. Le mie mani lavoravano veloci, sapevano cosa fare. Guardai orgogliosa la barchetta, sulla vela il volto della donna, adesso avrebbe potuto guardare altri orizzonti. Mi avvicinai all’argine e la sospinsi verso il largo. La barca si allontanò trascinata dalla corrente e dopo un po’ cominciò a reclinarsi, ma testarda continuò il suo cammino. Restai lì fino a che non sparì dietro l’ansa del fiume. Sperai che riuscisse a vincere sulle rapide dell’isola tiberina per giungere al mare e allontanarsi orgogliosa verso mondi sconosciuti e migliori. Io non avevo saputo farlo.

Da tempo un desiderio infido si era insinuato nella mia anima, arrivare fino alla fine senza sbalzi, vivendo soavemente, osservando quello che mi avveniva intorno senza essere costretta a combattere per qualcosa. Guardando e giudicando, ma senza essere né guardata né giudicata. Il sole apparve all’improvviso, lo sentii sulla pelle e chiusi gli occhi. Non sentivo più niente. Clacson, motori. Niente.

Passi veloci si avvicinarono alle mie spalle. Pensai insensatamente che potesse essere Andrea ed odiai quel pensiero, quella dipendenza malsana ad un ricordo offensivo. Mi ritrovai all’improvviso in ospedale. Ero accanto al letto dove lui giaceva, pallido e sudato. Dov’era finita la sua bellezza? Ero felice perché potevo stargli accanto senza essere umiliata da un gesto d’insofferenza. Gli presi la mano, mi chinai e gli posi un bacio sulla fronte. Andrea non reagì, continuava a non importargli niente. Era indifferente. Gli occhi mi si riempirono di lacrime.

Una mano mi si posò sulla spalla e la mente si svuotò. Chiunque fosse mi aveva salvato. Mi voltai. Non doveva avere più di sedici anni, con lui una ragazza. Erano tutti piercing e tatuaggi.“Ha visto un aeroplano di carta?” “Ormai è lontano” ed indicai il fiume. Corsero via ridendo. La ragazza si girò verso di me. “Ha bisogno di aiuto? Posso fare qualcosa?” “Non è più un aereo, adesso è una barca.” La ragazza sorrise e corse dietro l’amico.

Non avevo tentato nemmeno di asciugarmi le lacrime, non avevo provato nessun imbarazzo. Non avevo più stati d’animo. Avevo dimenticato come ci si sentiva ad essere felici o infelici. Era una sensazione bella o brutta? Né l’una né l’altra. Non era nulla. Dov’era finita la nostalgia, la tenerezza, l’invidia, il disprezzo di sé, il rancore? Io dov'ero quando il mio destino è stato deciso? Non avrei più permesso che accadesse. Mai più.

Mi girai e risalii lentamente le scale, cominciò a piovere, un’acquerugiola pigra e imbronciata. Quando arrivai in cima il lungotevere era deserto. Dove erano finiti tutti? Niente e nessuno, nemmeno un rumore, ma questa volta non ebbi paura. Ripresi a camminare, ero serena e non riuscivo a pensare, la mente vuota, come se fosse piena d’aria. Mi sentivo calma, ma non sapevo dove andare, però non me ne importava niente. Nel cielo una mongolfiera rosa attraversò l’azzurro incurante dei miei sogni.

Tags:

Please reload

Featured Posts

One Girl Won Best Documentary Feature at MasterDocs USA

April 22, 2019

1/10
Please reload

Recent Posts